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Perché è crollato il Ponte Morandi: che cosa sappiamo due anni dopo



D’altra parte, già poco dopo il crollo del Ponte Morandi Aspi aveva avviato una campagna straordinaria di controlli e una revisione delle procedure, collaborando col ministero delle Infrastrutture e tre università a sperimentazioni che sono sfociate in linee guida per la manutenzione dei viadotti, presentate il 9 agosto 2019. Solo una misura preventiva o anche un’indiretta ammissione di colpa?

A corroborare questa seconda ipotesi c’è anche il fatto che i periti del gip e la commissione ministeriale d’inchiesta sul crollo del Morandi condividono pure i rilievi sul fatto che sul viadotto genovese (come su tante altre opere strategiche) nessuno aveva mai valutato il rischio sismico, come era obbligatorio dal 2003 (ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri emanata dopo il terremoto del Molise, quando crollò anche una scuola).

Anche il ministero ha responsabilità Nella montagna telematica di documenti sequestrati o acquisiti dalla Guardia di finanza di Genova c’è anche traccia del passaggio del dossier sul Morandi sul tavolo dei consigli di amministrazione di Aspi e della controllante Atlantia, nell’ambito delle procedure di valutazione dei rischi aziendali. E c’è stato un periodo in cui il viadotto genovese era stato classificato a rischio.

Un problema per i top manager (gli interrogatori sono iniziati ai primi di agosto 2020 con il presidente di Aspi, Giuliano Mari), ma non solo per loro: nel cda di Aspi siede anche un rappresentante dei ministero delle Infrastrutture. Ha percepito qualcosa? Ha chiesto ulteriori spiegazioni? Ne ha riferito al ministero? Non si sa ancora.

Ma non stupirebbe se si difendesse dicendo che l’articolo 14 del Codice della strada lascia ai gestori tutta la responsabilità sulle condizioni delle infrastrutture che gestiscono. Quello italiano pare un sistema fatto apposta per coprire situazioni opache, come dimostra il balletto di responsabilità Aspi-Mit sul caos delle gallerie liguri che ha contrassegnato il 2020.

I satelliti radar Si torna così al tema dell’insufficienza dei monitoraggi effettuati da Aspi. Che potrebbe essere dimostrata dai satelliti radar, che emettono onde radio, sono in grado di ricostruire tutto quello che accade al suolo. Questa tecnologia si chiama interferometria Sar terrestre.

Satellite (Marka)

Finora l’unico studio sul Ponte Morandi che risulta pubblicato (il 12 giugno 2019, sulla rivista scientifica Remote Sensing, portale Mdpi) e accessibile a un pubblico non strettamente specialistico è di sei studiosi italiani: Pietro Milillo, Giorgia Giardina, Daniele Perissin, Giovanni Milillo, Alessandro Coletta e Carlo Terranova. È stato condotto su dataset di Cosmo-SkyMed.

Guardando le rilevazioni sugli ultimi 15 anni di vita del ponte (2003-2015), è emerso che dal 2015 ci sono stati deformazioni e spostamenti crescenti nella parte interessata dal crollo. Potrebbe essere l’indizio di anomalie non rilevate con le metodologie di controllo tradizionali, che si basano per la maggior parte su ispezioni visive frequenti ed esami strumentali più rari.

Lo studio di Autostrade per l’Italia A inizio 2019 gli esperti di Autostrade per l’Italia (Aspi, che gestiva il viadotto ed è sotto indagine per il crollo) si sono rivolti a una società specializzata in queste tecnologie, dai cui dati relativi al periodo 2009-2018 non sarebbero emerse anomalie.

Aspi ha poi chiesto un commento all’articolo di Remote Sensing. Secondo la società:- i dati non hanno significatività statistica, perché ottenuti utilizzando valori di spostamento limitati e isolati, senza assumere un caposaldo esterno alla struttura e quindi che non si muove con essa;- gli spostamenti nord-sud non sarebbero rilevanti, in quanto erano nella stessa direzione della traiettoria del satellite e la pila 9 (crollata) aveva orientamento diverso (est-ovest);- comunque gli spostamenti rilevanti sarebbero solo quelli verso l’alto (che lo studio Remote Sensing non evidenzierebbe) e bisognerebbe tener conto della naturale elasticità attorno all’asse verticale di ciascuna pila, tipica di quel tipo di strutture.

Pietro Milillo, scienziato italiano che lavora alla Nasa ed è il primo firmatario dello studio Remote Sensing, ha dichiarato al Sole 24 Ore che il lavoro è stato accurato e in linea con gli standard internazionalmente accettati, ma trattandosi comunque di un approccio innovativo resta sempre un margine di discussione.

Questo articolo è stato aggiornato il 14 agosto 2020