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Ocse, in Italia a rischio fino a 1,5 milioni posti lavoro con seconda ondata covid



Intervista ad andrea Garnero

Per l’economista, tra gli autori dello studio Employment Outlook, i prossimi mesi saranno veramente complessi. La Penisola tra i Paesi più colpiti. Il divieto di licenziamento «la questione più complicata e delicata»

di Giuliana Licini

(Ikon Images / AGF)

Per l’economista, tra gli autori dello studio Employment Outlook, i prossimi mesi saranno veramente complessi. La Penisola tra i Paesi più colpiti. Il divieto di licenziamento «la questione più complicata e delicata»

4′ di lettura

Perdita di 1,15 milioni di posti di lavoro entro la fine del 2020 se la pandemia sarà tenuta sotto controllo. Ma i posti persi potrebbero salire a 1,48 milioni se ci sarà una seconda ondata di contagi. Nel 2021 ci sarà un recupero dell’occupazione, ma solo parziale: nello scenario ‘migliore’ mancheranno all’appello ancora 560mila posti rispetto alla fine del 2019, più di 700mila se il virus porterà ad altre chiusure. E’ l’impatto della crisi del Covid-19 sul mercato del lavoro dell’Italia che emerge dall’Employment Outlook dell’Ocse, come spiega Andrea Garnero, economista dell’Organizzazione, specializzato nei temi dell’occupazione e tra gli autori dello studio. «I prossimi mesi saranno veramente complicati. La prima risposta alla crisi è stata quasi ovvia: una rete di protezione per tutti. Ora la questione diventa molto più complicata, arrivano i nodi al pettine», dice Garnero in un colloquio con Radiocor.

Italia tra i Paesi più colpiti

«Certamente l’Italia è tra i Paesi più colpiti» dallo shock coronavirus: nei primi tre mesi della crisi le ore medie di lavoro sono calate del 28%, «cioè di oltre un quarto, più degli Usa, che pure hanno perso milioni di posti», osserva l’economista. La Penisola è riuscita, comunque, a dare «una risposta tutto sommata rapida» a livello normativo, mentre è più problematica l’attuazione delle misure varate. Il Paese, inoltre, si ritrova nell’emergenza a fare i conti con l’annosa serie dei suoi problemi strutturali del mercato del lavoro. Come la precarietà che – sottolinea Garnero – non si risolve a colpi di legislazione, ma soprattutto con la crescita economica e gli investimenti. Tra le criticità anche il divieto di licenziamento. La risposta iniziale alla crisi del Covid-19 «è stata quella di estendere gli strumenti di protezione anche a chi non li aveva e questo è stato un buon riflesso», rileva l’economista.

Reddito di emergenza è solo «un tappo»

Sono emersi alcuni problemi, in teoria già noti, come «le falle del reddito di cittadinanza», e per questo è stato introdotto il reddito di emergenza. Ma è solo «un tappo» e sarà necessario un ripensamento nel futuro che dovrebbe coinvolgere il reddito di cittadinanza, «generoso con i single, non sufficiente per le famiglie numerose». E’ stata «più problematica la messa a terra» delle varie iniziative: «l’unica che ha funzionato bene è quella dei 600 euro agli autonomi». Sulla cassa integrazione ci sono stati ritardi ed è «un problema serio»legato al «disegno degli strumenti», che sono troppi, tra Cig straordinaria, in deroga e così via. «Non c’e’ un unico colpevole per questo, è tutto l’insieme che andrebbe ripensato e semplificato».

Andrebbero inaspriti i controlli su «furbetti» reddito e Cig

Ed andrebbero inaspriti i controlli e le norme per scovare i «furbetti’»del reddito o della Cig, senza ricorrere ad ulteriori appesantimenti legislativi. «Se si mettono norme su norme, carte su carte, criteri su criteri perché si vuole minimizzare il cattivo uso degli strumenti, alla fine a restare escluso è proprio chi ne ha veramente necessità. Bisognerebbe agire più sui controlli e sulle punizioni che dovrebbero essere esemplari», sottolinea Garnero. In Francia, ad esempio, le truffe alla cassa integrazione sono considerate alla stregua del lavoro nero, quindi passibili di pene molto severe.

Divieto licenziamento è la questione più complicata

Tra le norme approvate nell’emergenza, «il divieto di licenziamento è la questione più complicata e delicata», è poi l’osservazione. L’Italia è stato l’unico Paese dell’area Ocse ad averlo introdotto in modo «così generale e stringente». E’ uno strumento che «poteva avere un senso all’inizio, per limitare i danni, per evitare comportamenti opportunistici in alcuni casi, ma alla lunga crea problemi, anche agli stessi lavoratori», osserva l’economista. In un’impresa che non paga gli stipendi perché non ha liquidità e al tempo stesso non può licenziare, il lavoratore non percepisce il salario, ma non può fare neppure richiesta di sussidio perché non è stato licenziato. «In senso generale, è illusorio pensare di bloccare l’economia e di congelarla per mesi e poi pensare che questa ricominci normalmente», è la puntualizzazione. «C’è un turnover naturale, soprattutto nelle imprese più piccole che aprono e chiudono. L’azione deve essere quella di promuovere, di favorire la nascita delle imprese, non di congelare la situazione. Il rischio è di trovarci tra cinque-sei mesi con un’economia pietrificata che poi va a pezzi», rileva Garnero.