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Coronavirus, tutti gli errori degli Stati Uniti che possiamo evitare di rifare in Europa



La carenza di test Nel primo periodo, quando il virus è arrivato negli Stati Uniti, per settimane è stato impossibile effettuare dei test. Il risultato è stata una diffusione crescente dei contagi nelle città come New York dove la popolazione senza informazioni continuava a girare nella metropolitana o sui bus senza protezioni. La polizia era lasciata in strada, anche quando è stato deciso dal governatore Andrew Cuomo, con due settimane di ritardo, di chiudere la città, senza mascherina. Gli Stati Uniti non hanno accettato come tutti i kit di test offerti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Il Centres for Disease Control (Cdc) in rotta con le indicazioni dell’organizzazione internazionale, insiste per creare un suo test. Mentre le settimane passano e il virus avanza inesorabilmente. Nello stesso periodo la Food and Drug Administration (Fda) frena sui test. Chiede ai laboratori di utilizzare solo i kit autorizzati dalla Cdc e non quelli dell’Oms, ed emette delle linee guida che impongono test solamente alle persone che sono tornate da Wuhan o che sono entrate in contatto con casi già confermati. A New York, centro della pandemia, nelle farmacie non si trovano neanche i termometri, figuriamoci le mascherine.

I test della Cdc vengono distribuiti ai laboratori statali il 7 febbraio. Ma si scopre che non funzionano: i risultati sono fallati. Molti test vengono rimandati indietro e si cerca di sistemare i problemi. A quel punto l’Fda decide di allentare le restrizioni imposte ai laboratori privati, ma ci vogliono altre due settimane, sino alla fine di febbraio, perché il numero dei test cominci a salire. A quel punto i laboratori vengono sopraffatti dalle richieste. Nel mese di marzo per ottenere il risultato di un tampone qualcuno ha atteso anche una settimana. Trump nel frattempo continua a inviare i suoi messaggi di ottimismo agli americani, purtroppo lontani dalla realtà: «Chiunque vuol fare un test può farlo», afferma il 6 marzo. Non era vero. La confusione è totale.

Solo un mese dopo, all’inizio di aprile, la macchina dei test americani riesce a partire davvero. A quel punto, le cose sono notevolmente migliorate e l’America comincia a effettuare il numero maggiore di test rispetto a qualsiasi altro paese del mondo. Ma il numero di test pro capite rispetto alla popolazione è ancora molto indietro in confronto ad altri paesi.Uno studio dell’Università di Harvard sostiene che per riaprire l’economia in sicurezza gli Stati Uniti dovrebbero fare cinque milioni di test al giorno sino alla fine di giugno. Il ministero della Sanità Usa definisce tale obiettivo «irragionevole». Ma Trump contraddice i suoi stessi responsabili sanitari dicendo che l’obiettivo è a portata di mano. «Saremo lì molto presto. Se si guarda i numeri, potrebbe essere che ci stiamo avvicinando molto» ripete durante una conferenza stampa della task force. Numeri lontani dalla realtà: gli Stati Uniti hanno registrato una media da 150.000 a 200.000 test di coronavirus al giorno, molto al di sotto di quanto richiesto.

Il rimpallo delle responsabilitàLa confusione di responsabilità tra governo federale e stati è un altro elemento che ha aggravato la crisi del Covid-19 negli Usa. Una su tutte: la task force governativa che doveva coordinare le politiche per arginare il virus nel paese, guidata dal vice presidente Mike Pence, non si è mai riunita per due mesi, da fine aprile a fine giugno. I governatori sono stati lasciati da soli, nella confusione estrema dei messaggi presidenziali, davanti alla decisione di chiudere e poi di riaprire il paese. Come anche nella ricerca dei dispositivi di protezione e delle apparecchiature sanitarie.Nelle prime settimane di pandemia gli ospedali di New York e degli stati vicini, più colpiti di altri, hanno lamentato la carenza di ventilatori, maschere, guanti e altre forme di dispositivi di protezione individuale. Gran parte di questi prodotti arriva dalla Cina: dopo due anni di trade war di Trump, questi prodotti arrivavano molto meno negli Usa. La scorta nazionale di maschere N95 era stata esaurita dalle precedenti amministrazioni, inclusa quella di Obama. E non è stata reintegrata nei primi tre anni di amministrazione Trump. Insomma, all’inizio della pandemia gli operatori sanitari hanno dovuto arrangiarsi. Molti medici e infermieri hanno lavorato senza protezioni adeguate, si sono infettati e hanno infettato a loro volta i malati. Sono stati ripetuti gli stessi errori capitati nelle Rsa e negli ospedali in Italia nel primo periodo. Gli ospedali erano al limite. Nel frattempo, governo federale e stati litigavano per settimane e settimane su chi fosse responsabile degli approvvigionamenti delle forniture sanitarie. «È come essere su eBay con altri 50 stati e fare offerte su un ventilatore», spiega il Governatore di New York Andrew Cuomo ad un certo punto. Trump decide di affidare al genero Jared Kushner l’incarico di gestire le forniture governative. Un flop clamoroso. Kushner addossa il suo fallimento agli stati. Un gioco al rimpallo che ha fatto allungare i tempi di risposta all’emergenza e portato in rosso i bilanci delle grandi città e degli stati americani.

I messaggi di Trump

Su tutto, nella malandata gestione dell’emergenza domina il presidente Donald Trump che sempre con l’occhio alle elezioni e ai sondaggi che cominciavano ad andare giù, ha continuato a oscillare avanti e indietro tra messaggi e previsioni discordanti, a volte surreali oltreché palesemente falsi. Messaggi che non arrivavano da un sito complottista qualsiasi, ma dal presidente americano, l’uomo più potente del mondo, teoricamente guida per il suo paese e per gran parte del globo terracqueo. Una leadership muscolare che è mancata nella gestione del day-by-day. I dati del coronavirus lo dimostrano in modo implacabile.A marzo ad esempio il presidente dice che voleva vedere le chiese piene per il giorno di Pasqua, il 12 aprile, mentre i casi continuavano ad aumentare. E perfino il Papa Francesco in una piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, di un cielo che sembrava piangere, solo chiedeva aiuto e allargava le braccia in alto, davanti a questa emergenza sanitaria e a questa prova dell’umanità intera, raccomandando lo stop alle funzioni e la prudenza. Poche settimane dopo il presidente americano ci ripensa: chiese vuote e linee federali sul distanziamento sociale in vigore sino alla fine di aprile.