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Addio Stefano: la passione per il Giappone e quel volo con l’Imperatore



1961-2020

La redazione del Sole 24 Ore piange la scomparsa di Stefano Carrer, un collega che ha dedicato tutta la sua carriera al nostro giornale. Un giornalista rigoroso, con la passione per l’Oriente

di Attilio Geroni

Stefano Carrer davanti al Palazzo presidenziale di Hanoi in Vietnam, durante la storica visita dell’Imperatore giapponese Akihito. Carrer è stato l’unico giornalista occidentale al seguito dell’Imperatore

La redazione del Sole 24 Ore piange la scomparsa di Stefano Carrer, un collega che ha dedicato tutta la sua carriera al nostro giornale. Un giornalista rigoroso, con la passione per l’Oriente

3′ di lettura

Stefano Carrer se n’è andato in un pomeriggio che era già estate, di sole pieno e cielo sgombro di nuvole. Aveva deciso di trascorrere mercoledì una giornata di libertà nella Val d’Intelvi, sopra il Lago di Como. Venerdì alle 14 hanno trovato il suo corpo in fondo a un dirupo dopo 36 ore di ricerche che hanno visto anche l’impiego di elicotteri e droni.

Quando succede così resti di stucco. Le parole ti muoiono in gola e la rabbia, se va bene, si stempera solo con la tristezza del ricordo. Stefano aveva 58 anni, lavorava al Sole 24 Ore da circa 30, gli ultimi li ha passati alla redazione Esteri, dopo essere stato corrispondente dal Giappone, dagli Stati Uniti e dopo essersi occupato a lungo di finanza internazionale.Perdo, perdiamo, un collega bravo e competente. Era quasi mio dirimpettaio, prima che arrivasse la pandemia e che iniziassimo tutti o quasi a lavorare da casa. L’ultima volta che l’ho visto – che l’abbiamo visto – è stata la settimana scorsa in videoconferenza: capelli lunghi e barba da quarantena, prima che la fase due ci riportasse alla luce del sole e dai parrucchieri.

Schivo, appassionato cultore dell’Oriente, era animato da una passione e da una disponibilità invidiabili. Aveva lasciato il cuore in Giappone, Paese al quale aveva dedicato la parte più importante e più esaltante della sua carriera professionale. E come tutti i bravi corrispondenti esteri o specialisti di un determinato Paese, a un certo punto l’aveva somatizzato: se ne diventa talmente esperti e appassionati che ci si sente sempre in diritto-dovere di difenderlo, soprattutto dai luoghi comuni e dalle approssimazioni.

Al Sole 24 Ore era stato uno dei primi ad appassionarsi al videogiornalismo. Ricordo il suo primo lavoro, da Fukushima, in uno dei suoi innumerevoli viaggi in quel luogo disastrato e radioattivo. Lo chiamai per dirgli che il video era un po’ amatoriale, ma era un buon inizio. Non erano mai amatoriali, invece, i contenuti, precisi, ricchi di informazioni e chiavi di lettura. Ogni tanto, quando preannunciava un altro reportage nei luoghi dello tsunami – credo che non si sia perso un anniversario da quel fatidico 11 marzo 2011 – un po’ lo prendevo, lo prendevamo in giro: «Evvai Stefano, mi raccomando, ma non sei già abbastanza radioattivo?».

Negli ultimi anni si era occupato anche della Grecia, della faticosa rinascita di un Paese messo in ginocchio dalla crisi dell’eurozona e dall’austerità concordata con i creditori che l’avevano salvata, ma a caro prezzo per la popolazione. Anche lì, stesso metodo, classico della miglior scuola del Sole 24 Ore: rigore di base, analisi dei fatti, conforto dei numeri e sensibilità da reporter, di chi è abituato a confrontare le proprie competenze con la realtà dei fatti e delle persone. Si può essere empatici e rigorosi allo stesso tempo e lui lo era.